Ci sono luoghi pervasi di profondo
silenzio, ai quali si arriva solo con un po' di fatica, o molta, a
seconda di quanto è assordante il rumore quotidiano.
Quando si inizia a diventare grandi, o
perlomeno se ne viene costretti, il rumore comincia progressivamente ad
aumentare, come se le preoccupazioni, le speranze, i piccoli doveri
quotidiani si urlassero sopra, sempre più forte per essere sentiti
e così facendo non creassero altro che nuova confusione, e
stordimento.
Fortunatamente però, esistono vie
d'uscita, che nei freddi mesi invernali possono chiamarsi Plose,
slittino e canederli.
Risalire una vetta e camminare a oltre
2000 metri d'altezza trascinando uno slittino, senza alcun rumore se
non quello degli scarponi che affondano e delle lame che scivolano,
può essere...beh... silenzioso! E non soltanto per l'assenza di
suoni provenienti dall'esterno, ma anche perché, ad un certo
momento, quelle preoccupazioni, quelle speranze e quei piccoli doveri
quotidiani...c'est parti! Si arriva a un punto, a volte, in cui non è
più possibile farsi raggiungere da nessun pensiero superficiale, e a
rimanere sono soltanto i pensieri profondi, come la neve persistente
che sta sotto a quella fresca (che gli Inuit chiamerebbero "Aniu",
per distinguerla dalla più morbida "Akillukkak").
Se, come dicevo prima, si è risaliti
la vetta con lo slittino, dopo una mediamente faticosa salita, la
discesa si rivela altrettanto faticosa, ma sicuramente più veloce,
ed è poi facile constatare come, una volta abbandonata la neve
persistente, e anche quella soffice, non si ritorni tristemente alla
neve acquosa (o "Massak", precisi questi Inuit) che con
l'acqua riporta il rumore, e tutte le sue componenti assordanti.
E' bene allora fare tesoro dei brevi
momenti di silenzio che ancora ci vengono regalati, perché potrebbero mancarci terribilmente nell'assordante vuoto che si insinua nelle pieghe delle settimane ricolme di banalità.
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