Con l'avvicinarsi del mese di dicembre, si comincia a riporre nei pochi e frenetici giorni di "vacanza natalizia", una serie di speranze, attività, viaggi, cene, acquisti che farebbero impallidire Stachanov (per quanto possa sbiancare un povero minatore sovietico che avrà visto la luce un paio di primavere al massimo).
Ecco quindi che parte frenetica la lista della spesa, dei posti-che-devo-assolutamente-vedere-prima-del-2014, dei parenti-che-purtroppo-non-posso-fingere-che-vivano-a-Vanuatu e lentamente la simpatica pausa invernale diventa un vaso di Pandora che sarebbe quasi meglio non aprire.
Poi però accade sempre (o spesso) una piccola magia (colpo di fortuna, culo, della strega, chiamatelo come vi pare), che ci salva dal logorio della vita moderna, ricordandoci come il Natale sia, prima di ogni cosa, quel cucchiaino di miele nel the, quella copertina di lana pronta sul divano, quel fiorellino colorato sul davanzale, quella lettera di un amico lontano o quel libro che avresti tanto voluto prendere ma non avevi mai osato portare a casa, che ti fa per un attimo dimenticare tutti i pensieri che la tua prima e seconda mente fagocitano a spron battuto.
Nel mio caso, Helmut Newton è stato la risposta, lui è i quasi 30 kg di libro che si sono catapultati a casa, assieme al provvidenziale leggio, ai nudi, ai particolari, ai pieni, ai vuoti, ai bianchi e ai neri che disseminano il tomo.
La Taschen questa volta l'ha pensata proprio in grande, ma come dargli torto, dopo una retrospettiva con il botto al Grand Palais, da mangiarsela con gli occhi.
Ecco qui una piccola immagine del grande libro che ha dato un senso al Natale, o perlomeno al mio, inaspettatamente e piacevolmente.
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