sabato 25 gennaio 2014

Perché la neve sia più persistente e il rumore meno assordante

Ci sono luoghi pervasi di profondo silenzio, ai quali si arriva solo con un po' di fatica, o molta, a seconda di quanto è assordante il rumore quotidiano.
Quando si inizia a diventare grandi, o perlomeno se ne viene costretti, il rumore comincia progressivamente ad aumentare, come se le preoccupazioni, le speranze, i piccoli doveri quotidiani si urlassero sopra, sempre più forte per essere sentiti e così facendo non creassero altro che nuova confusione, e stordimento.
Fortunatamente però, esistono vie d'uscita, che nei freddi mesi invernali possono chiamarsi Plose, slittino e canederli.
Risalire una vetta e camminare a oltre 2000 metri d'altezza trascinando uno slittino, senza alcun rumore se non quello degli scarponi che affondano e delle lame che scivolano, può essere...beh... silenzioso! E non soltanto per l'assenza di suoni provenienti dall'esterno, ma anche perché, ad un certo momento, quelle preoccupazioni, quelle speranze e quei piccoli doveri quotidiani...c'est parti! Si arriva a un punto, a volte, in cui non è più possibile farsi raggiungere da nessun pensiero superficiale, e a rimanere sono soltanto i pensieri profondi, come la neve persistente che sta sotto a quella fresca (che gli Inuit chiamerebbero "Aniu", per distinguerla dalla più morbida "Akillukkak").
Se, come dicevo prima, si è risaliti la vetta con lo slittino, dopo una mediamente faticosa salita, la discesa si rivela altrettanto faticosa, ma sicuramente più veloce, ed è poi facile constatare come, una volta abbandonata la neve persistente, e anche quella soffice, non si ritorni tristemente alla neve acquosa (o "Massak", precisi questi Inuit) che con l'acqua riporta il rumore, e tutte le sue componenti assordanti.

E' bene allora fare tesoro dei brevi momenti di silenzio che ancora ci vengono regalati, perché potrebbero mancarci terribilmente nell'assordante vuoto che si insinua nelle pieghe delle settimane ricolme di banalità.

sabato 4 gennaio 2014

La tristezza, il rigore flemmatico e la Sacher torte

Di ritorno da un viaggio, sonnolenza e calzini sporchi a parte, ci si porta spesso appresso un groviglio di sensazioni, dissesti umorali e, se non si è finiti nel paese delle locuste, squisitezze culinarie locali.
Vienna, dimostrando di meritare a pieno titolo il ruolo di capitale, investe il visitatore con tante, tantissime, troppe storie, aneddoti, curiosità e calorie. E' come se la stratificazione dei fatti storici abbia sfondato il muro della memoria, con poca pace di chi fatica a ricordare cosa ha mangiato per colazione la mattina (presente!).
Si potrebbe così partire da una contraddizione, evidente anche a chi parla il tedesco "comme une vache espagnole": i Viennesi sono tristi. Solitamente, fuggo dalle generalizzazioni come dal topino che infestava il bugigattolo pulcioso che mi era toccato a Parigi, ma non è davvero possibile non lasciarsi prendere dalla rassegnata melancolia che pervade la capitale.
Prendiamo ad esempio la notte di San Silvestro: un momento di festa, eccessi, goliardia governata da fiumi di alcol. Immagino, senza troppo sforzo, i tappi di spumante che viaggiano nel'etere, i baci appassionati con lo sconosciuto e improvvisamente affascinante vicino di porfido, i conti alla rovescia in sequenza e i balli sfrenati a ritmi improbabili. Ora, ammettiamo pure che i fuochi artificiali non siano il cavallo di battaglia viennese (giustamente ci sono già i lipizziani), concediamo anche la concomitanza di condizioni climatiche che rendono difficile la permanenza all'aperto...cos'altro spiega il rientro in massa verso casa della folla (s)"festante" all'una di notte?
Avrà anche avuto ragione Freud nel dire che
i giudizi di valutazione sugli esseri umani sono un tentativo di sostenere illusioni con congetture
 resta comunque il fatto che un Capodanno tanto morigerato è più sconvolgente di un elefante blu che fluttua nel cielo. Salvezza alla contraddizione: il Wiener Schmäh, l'umorismo viennese. Caustico, pungente e vagamente britannico, è egregiamente espresso dall'entrata dell'evocativo Bar 13. Di fronte ad eventi inspiegabili, sempre meglio farci due risate sopra e passare oltre.

Contraddizione numero due: il rigore e la precisione austriaci si scontrano con un'autentica flemma naif. Sarà la musica, o forse il punch o ancora la birra che rallentano i riflessi e dilatano i tempi di reazione, tuttavia, in qualsiasi locale decidiate di entrare, dalla tipica Beisln al Café Mozart (decisamente consigliato, la fila di attesa è minima e i prezzi mediamente contenuti), siate pronti ad aspettare una corposa manciata di minuti per ricevere il piatto ordinato, o a volte nemmeno quello, il tutto mentre venite avvolti da una coltre di fumo quasi come foste usciti con il Brucaliffo (in Austria è ancora permesso fumare nei locali).
Salvezza alla contraddizione: la Sacher torte, che ripaga di ogni attesa, e spara la serotonina oltre i livelli di guardia, goduriosa.

giovedì 26 dicembre 2013

Un Natale newtoniano...

Con l'avvicinarsi del mese di dicembre, si comincia a riporre nei pochi e frenetici giorni di "vacanza natalizia", una serie di speranze, attività, viaggi, cene, acquisti che farebbero impallidire Stachanov (per quanto possa sbiancare un povero minatore sovietico che avrà visto la luce un paio di primavere al massimo).
Ecco quindi che parte frenetica la lista della spesa, dei posti-che-devo-assolutamente-vedere-prima-del-2014, dei parenti-che-purtroppo-non-posso-fingere-che-vivano-a-Vanuatu e lentamente la simpatica pausa invernale diventa un vaso di Pandora che sarebbe quasi meglio non aprire.
Poi però accade sempre (o spesso) una piccola magia (colpo di fortuna, culo, della strega, chiamatelo come vi pare), che ci salva dal logorio della vita moderna, ricordandoci come il Natale sia, prima di ogni cosa, quel cucchiaino di miele nel the, quella copertina di lana pronta sul divano, quel fiorellino colorato sul davanzale, quella lettera di un amico lontano o quel libro che avresti tanto voluto prendere ma non avevi mai osato portare a casa, che ti fa per un attimo dimenticare tutti i pensieri che la tua prima e seconda mente fagocitano a spron battuto.
Nel mio caso, Helmut Newton è stato la risposta, lui è i quasi 30 kg di libro che si sono catapultati a casa, assieme al provvidenziale leggio, ai nudi, ai particolari, ai pieni, ai vuoti, ai bianchi e ai neri che disseminano il tomo.
La Taschen questa volta l'ha pensata proprio in grande, ma come dargli torto, dopo una retrospettiva con il botto al Grand Palais, da mangiarsela con gli occhi.
Ecco qui una piccola immagine del grande libro che ha dato un senso al Natale, o perlomeno al mio, inaspettatamente e piacevolmente.